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domenica 20 settembre, 2020

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Altilia di Sepino (CB) è una importante città romana risalente al 290 a.C. che, ubicata all’incrocio del tratturo Pescasseroli-Candela, domina la piana sulla valle del fiume Tammaro alle falde del Matese. Grazie alla sua posizione, diventò una fiorente cittadina, assurta a sede municipale dopo la guerra sociale (91-88 a.C.).

Le città romane

All’interno della politica espansionistica romana, la fondazione di nuove città, costruite sempre in luoghi importanti e strategici, prevedeva la sistemazione del territorio circostante in una stretta relazione fra città e campagna. Le città di nuova fondazione si inserivano, dunque, nel cuore di questo territorio e ne assimilavano la rigorosa ripartizione creando una successione di isolati regolari ripetendo, nella forma quadrangolare, la sistemazione del castrum: l’accampamento militare romano.

Le città erano circondate da mura, interrotte da varchi in corrispondenza dei due assi viari principali che potevano così idealmente proseguire nella campagna circostante. All’intersezione del cardo massimo e del decumano massimo si apriva solitamente il Foro; poi vi erano il teatro, l’anfiteatro e le terme che ripetevano, anche in province lontane, il linguaggio comune dell’architettura romana.

Nella cinta muraria che la delimita, costruita tra il 2 a.C. e il 4 d.C. in opus reticulatum, si aprono quattro porte monumentali, concepite come archi trionfali ad un unico fornice, poste alle estremità del cardo e del decumano ed una porta piccola che permetteva l’accesso al teatro direttamente dall’esterno.

Le due strade perpendicolari collegavano le quattro porte: la via Praetoria, con direzione da est a ovest, era il decumano, e la via Principalis, da nord a sud, era il cardo. Le quattro porte prendono rispettivamente il nome dai luoghi di provenienza dei percorsi e quindi troviamo sul tratturo (il decumano) le porte di Bojano e di Benevento e sul percorso montagna-fiume (il cardo) la porta Terravecchia e la porta Tammaro.

Lo schema generale, che si ripete in tutte le porte, riprende il tema dell’arco onorario romano: unico fornice affiancato da due torri. Caratteristica chiaramente leggibile in Porta Bojano che presenta sulle cornici di imposta dell’arco due statue di barbari e un rilievo sulla chiave di volta dell’arco raffigurante un busto maschile.

Il sito archeologico

Tra gli edifici più affascinanti vi è il teatro, risalente al I secolo d.C., posto a ridosso delle mura. Esso mostra ancora i due ingressi monumentali tetrapili, il prospetto dell’edificio scenico, la ima cavea e la media cavea. Tali strutture vennero utilizzate come fondazione per le case rurali costruite molto tempo dopo dai contadini che ripopolarono il luogo.

Lungo il decumano si trovano le botteghe, le abitazioni private, un edificio di culto di età augustea, il macellum con un corridoio che conduce al cortile centrale di forma esagonale su cui si aprono le botteghe, e la basilica, destinata prevalentemente a funzioni giudiziarie, che con le sue colonne dai capitelli ionici definisce l’incrocio tra il cardo e il decumano dove prospetta la facciata con l’entrata principale.
Di fronte alla basilica il foro sul quale affacciano i principali edifici pubblici della città, come templi ed un complesso termale.
Proseguendo lungo il decumano balza all’occhio la fontana del Grifo, così chiamata per il rilievo raffigurante un grifo accovacciato posto sotto l’iscrizione che rimanda ai finanziatori dell’opera: Ennius Marsus e suo figlio. Poi la casa dell’impluvio sannitico risalente alla fine del II sec. a.C., un mulino ad acqua ed una conceria, dove sono interrate cinque vasche coniche rivestite in terracotta.

All’esterno delle mura, ai margini del tratturo, si trovano le necropoli e i monumenti funerari di età augustea appartenenti a Publius Numisius Ligus e Caius Ennius Marsus, personaggi che ricoprirono cariche importanti nella vita municipale.

Saepinum raggiunse il suo massimo splendore nei primi anni dell’età imperiale, ma nel IV secolo d.C. iniziò la decadenza. Il crollo demografico e politico, aggravato dalla guerra gotico-bizantina (535-553 d.C.) e le calamità naturali provocarono il progressivo abbandono del territorio da parte della popolazione.

Altro da vedere in zona: L’oasi WWF di Guardiaregia-Campochiaro

Articolo e foto di A. Raucci

Redattore

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