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domenica 26 maggio, 2019

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La storia del Palazzo dal dominio dell'Inquisizione spagnola fino ai giorni nostri

Eccoci di nuovo qui a continuare la nostra storia del Palazzo. Eravamo fermi al XVI secolo, quando nella piazza Marina i Viceré spagnoli esercitavano il loro potere e condannavano gli impostori senza pietà. Adesso, lettore, ti chiedo di andare avanti di qualche secolo e di immaginarti la stessa piazza e lo stesso palazzo con più o meno le stesse amichevoli abitudini. Ci spostiamo, quindi, tra il XVII e il XVIII secolo quando il Palazzo cambia ancora una volta proprietario che rimane spagnolo, ma che eleva la sua importanza non più a livello terreno ma a quello spirituale. È il turno della Santa Inquisizione Spagnola!

In quel periodo la santità di questa istituzione aveva la sua pubblica manifestazione proprio in questa piazza tramite i cosiddetti Auto da fé. Si trattava di veri e propri spettacoli pubblici dove i prigionieri miscredenti e impenitenti venivano portati in processione in un lungo corteo che terminava al piano della marina, allestita per l’evento con palchi per le autorità e platee per il popolo. Non pensiate che gli inquisitori non fossero magnanimi, un’ultima possibilità di salvezza veniva concessa a tutti! I penitenti, per salvarsi, potevano contare sul cosiddetto atto di fede, ovvero sulla possibilità di un intervento diretto di Dio che, se innocenti, li avrebbe salvati dal rogo e dalle torture. Come puoi immaginare, lettore, non c’è traccia nella storia di tali interventi.

Il luogo di detenzione era l’edificio adiacente al palazzo, fatto costruire dall’Inquisizione nel 1605 per ospitare delle più comode carceri al posto della ormai troppo piccola stanza sotterranea del palazzo (Sala delle Armi). Si tratta di una struttura unica nel suo genere perché nasce appositamente con questo scopo.

Dall’esterno, l’edificio è piuttosto anonimo e non anticipa niente del suo infelice passato.
Entrando nella prima cella è lo stupore che predomina unito ad un misto di curiosità e incredulità.
Quello che si vede in tutte le pareti delle celle sono dei documenti storici a tutti gli effetti. Si tratta di graffiti, scritte, disegni, poesie, pensieri lasciati dai prigionieri che si sono alternati nel corso degli anni e che hanno sfruttato quelle quattro mura come una sorta di diario dove poter sfogare le proprie pene e frustrazioni nei modi più svariati e con i mezzi che avevano a disposizione. Quello che vediamo è stato realizzato con materiali quali carbone, fumo delle candele, sangue e anche fluidi organici di vario tipo e sono davvero pochi gli spazi liberi sulle pareti dove i graffiti arrivano fino al soffitto.
Periodicamente, gli inquisitori facevano rintonacare le pareti delle celle sia come forma di pulizia ma probabilmente anche con lo scopo di coprire quei graffiti per evitare che i futuri prigionieri ne potessero seguire l’esempio. Ci troviamo, dunque, davanti una sovrapposizione di vari strati di intonaco e graffiti che racchiudono quasi due secoli di testimonianze per cui, in una stessa parete, è possibile ritrovare graffiti appartenenti ad anni molto lontani tra loro. Lo si capisce sia dal contesto trattato nella scritta, dove si fa riferimento a determinati personaggi  o eventi accaduti in uno specifico periodo di tempo, o dalla data che il detenuto stesso lasciava. 

Grazie a queste testimonianze riusciamo avere un quadro più ampio e un punto di vista diverso sul periodo storico, gli avvenimenti in città, la struttura organizzativa dell’Inquisizione, come venivano trattati i prigionieri, le condizioni in cui essi vivevano, ma soprattutto chi erano e cosa provavano. Non sempre si riesce a contestualizzare storicamente o a trovare dei riferimenti reali in quanto alcuni graffiti sono molto rovinati o parte di essi non più esistenti, per cui spesso si cerca di dare una interpretazione di quello che i prigionieri volessero realmente esprimere ed è interessante e coinvolgente per il visitatore poter dare la sua personale interpretazione di ciò che vede.

Elementi ricorrenti tra i disegni sono croci, navi, inquisitori. Tantissime sono le figure di santi quale, ad esempio, Santa Lucia, protettrice della vista, della quale spesso venivano rappresentati soltanto gli occhi,  invocata dai detenuti perché desse loro la luce. Le celle, infatti, erano molto buie con solo una finestrella piccolissima e molto alta che permetteva ad una striscia di luce di illuminare una ristretta parte dell’ambiente, per cui i carcerati si trovavano quasi sempre in ombra o penombra e a dover scrivere in queste condizioni e per questo motivo molti andavano perdendo la vista.
I disegni rappresentati sono alcuni molto infantili o comunque realizzati da mani poco esperte, altri, invece, sono veramente ben fatti  e realistici che contraddistinguono il tratto di una mano abile e competente.
Troviamo anche molte scritte in diverse lingue, non soltanto in italiano, ma anche in siciliano, latino e inglese. Questo ci fa capire che si trattava di anglicani e protestanti  o probabilmente di semplici mercenari o commercianti attraccati al porto di Palermo per questioni di affari. Fra queste troviamo pensieri, citazioni, poesie bellissime, preghiere, messaggi in codice, rappresentazioni di città e cartine geografiche anche molto dettagliate della Sicilia e tantissimi altri segni che ci fanno capire come questi prigionieri non fossero dei loschi malviventi ma gente comune come pescatori o commercianti ma anche uomini colti, eruditi, studiosi, poeti, artisti, uomini di chiesa, esperti viaggiatori, imprigionati per le loro idee, per qualcosa detta o fatta in pubblico, o anche per il loro stile di vita o possedimenti. La prassi voleva che, una volta imprigionato, il detenuto venisse spogliato di tutti i suoi possedimenti che venivano confiscati dalla Santa Inquisizione. Capitava spesso che gli Inquisitori, ingolositi dalle ricchezze di qualche personaggio, trovavano presto una scusa per accusarlo così da rinchiuderlo ed impossessarsi di tutti i suoi beni.

Nel secondo piano è possibile accedere ad una cella che è la fedele ricostruzione delle celle originali. Ognuna era strutturata con un’anticamera dove si trovava il guardiano e che veniva separato dalla cella vera e propria da una pesante porta in legno e ferro dallo stipite molto basso, forse per costringere il detenuto a prostrarsi e iniziare così il cammino di espiazione. Subito sulla sinistra si trovavano le latrine che, a differenza della maggior parte delle carceri dell’epoca, erano un ambiente chiuso fra quattro mura, con un vero e proprio bagno in muratura che permetteva non soltanto di avere più privacy, ma anche di mantenere l’ambiente più igienico. Essendo protette dall’occhio del guardiano, le latrine rappresentavano la fonte principale di sfogo dei prigionieri nei confronti dei propri aguzzini ma anche uno sfogo più intimo. Troviamo, infatti, sia delle rappresentazioni satiriche in cui si prendono in giro gli Inquisitori, ma anche scene erotiche che rendono queste latrine molto simili ai bagni dei nostri moderni autogrill! Nella latrina di una cella troviamo, inoltre, la breve ma potente e incisiva scritta Nega come un monito o un’esortazione ai futuri prigionieri a resistere alle torture e non confessare.
Tantissime sono le scritte che ci lasciano attoniti.

Piange la misera perché il luogo è di pianto
Pazienza, pane e tempo
Benché sia eterno il tormento né di senso, né di anima mi priva.

Una cosa curiosa che troviamo in alcuni disegni delle celle del secondo piano è la presenza di colori, impossibili da recapitare all’interno della cella se non forniti direttamente dall’esterno. Questo fa pensare alla possibilità da parte dei prigionieri di corrompere i guardiani, non si sa con quale moneta di scambio, o ancora alla possibilità che fossero gli stessi Inquisitori a fornire tali strumenti per spingere i detenuti a disegnare delle precise rappresentazioni. Tutti i disegni con colori sono rappresentazioni di santi o scene tratte dall’Antico Testamento, quindi probabilmente anche questo un modo alternativo di redenzione.

Molti detenuti ci hanno lasciato la loro firma e di alcuni di questi se ne conosce anche la storia. Purtroppo, per poter analizzare e commentare tutti i  graffiti e poter raccontare le storie di quei prigionieri conosciuti servirebbe un libro intero! 

La storia della salvaguardia di queste carceri fu a lungo infelice e la ricostruzione di quel periodo al quanto ostica e piena di ostacoli.
Partendo dal 1782, quando Ferdinando I sancì l’abolizione del Sant’uffizio, si decise di eliminare ogni traccia di questo buio periodo mettendo al rogo tutti i documenti, gli strumenti di tortura, i fascicoli sui prigionieri e gli inquisitori (forse anche un modo per evitare le ritorsioni di coloro che avevo subito condanne) cancellando così delle importanti testimonianze.

L’edificio fu per un periodo abbandonato ma, già nei primi del ‘900, quando vennero iniziati i contestati lavori di restauro si diffuse la voce della presenza di certi graffiti risalenti al XVI secolo che sarebbero stati presto brutalmente coperti. La voce giunse anche a Giuseppe Pitrè che si intrufolò nell’edificio insieme allo scrittore siciliano Leonardo Sciascia durante il cantiere per riportare alla luce con lo scalpello e studiare ma, soprattutto, fotografare le testimonianze degli infelici che vissero presso quelle mura. Il loro lavoro venne poi raccolto in un volume Urla senza suono: graffiti e disegni dei prigionieri dell’Inquisizione che tratta delle celle del piano superiore delle carceri ma che rappresenta l’unica effettiva raccolta scritta di queste straordinarie testimonianze. Diversi appelli furono lanciati dallo studioso per salvaguardare questo immenso patrimonio storico ma senza successo. 

Nel secondo dopoguerra, un’altra vicenda segnò l’inesorabile declino di queste mura. Don Totò (Salvatore Di Falco), un rigattiere palermitano, prese arbitrariamente possesso del pianterreno dell’edificio trasformandolo in un enorme deposito di cianfrusaglie. In realtà, l’edificio era già di proprietà dell’Università di Palermo che provò ripetutamente a sfrattarlo ma senza alcun risultato. Soltanto nel 2002, dopo la morte del rigattiere, fu possibile svuotare e ripulire l’edificio ed iniziare finalmente il tanto atteso restauro. 

Si può facilmente immaginare come quest’uso improprio delle stanze abbia inesorabilmente rovinato e portato alla perdita di molti dei graffiti presenti ma, grazie alle tecniche e sostanze all’avanguardia di oggi, si è riusciti a salvare le disperate testimonianze dei prigionieri permettendoci, ancora oggi, di poter ammirare questo immenso patrimonio storico unico al mondo che va assolutamente visitato!

G. Moscato

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